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Non hai bisogno di spiegare Ferenczi, né di assumere una posizione sulla sua teoria. Puoi dichiarare semplicemente che stai leggendo Sul respirare di Jamieson Webster, che hai incontrato queste pagine e che alcune immagini ti sono rimaste addosso. Da lì non fai psicoanalisi: segui ciò che quelle immagini fanno nascere in te e le riporti nel territorio che conosci, il respiro.
Terrei anche la tua esperienza personale sullo sfondo, senza trasformarla in un elenco di persone e orientamenti. Il fatto che nella tua vita siano sempre esistite differenze di genere, orientamento sessuale, provenienza, cultura e colore della pelle può dare un peso autentico a ciò che scrivi. Non stai parlando di inclusione perché è un argomento astratto. Stai parlando di persone che ami e che fanno parte della tua vita.
Lo scriverei molto più così.
Sto leggendo Sul respirare di Jamieson Webster, un libro che trovo interessante per molti aspetti, anche quando entra in territori che non sono i miei e che mi ha regalato mia figlia Eva.
Non sono una psicologa, una psicoterapeuta o una psicoanalista. Ferenczi, di cui Webster parla in queste pagine attraverso la sua teoria di Thalassa, non lo conoscevo. Perciò non voglio provare a spiegare una teoria che non mi appartiene e che sto incontrando per la prima volta.
Voglio raccontare semplicemente quello che mi è arrivato leggendo queste pagine, un'immagine, soprattutto, quella dell'oceano.
Veniamo dall'acqua. A un certo punto della nostra storia evolutiva siamo usciti dall'acqua e abbiamo dovuto imparare a vivere sulla terraferma. Nell'acqua tutto si mescola più facilmente. I confini sembrano meno netti. I corpi sono immersi nello stesso elemento.
Sulla terra diventiamo più definiti.
Webster scrive una frase che mi ha colpita molto:
“Vogliamo tornare a casa, nell'oceano.”
Non so cosa significhi esattamente questa frase all'interno di tutta la teoria di Ferenczi. So cosa ha fatto nascere in me. Mi ha fatto pensare alla quantità di confini che costruiamo: tra un corpo e un altro, tra uomo e donna, tra un genere e un altro, tra un colore della pelle e un altro, tra una cultura e un'altra, tra una nazionalità e un'altra.
Abbiamo bisogno delle differenze. Non credo che il punto sia cancellarle. Quello che mi domando è perché così spesso abbiamo bisogno di trasformare una differenza in una separazione.
Forse questa pagina mi ha toccata anche perché la mia vita mi ha portata molto vicino a persone con identità, orientamenti sessuali, culture, provenienze e colori della pelle differenti.
Per me non sono categorie. Sono persone che amo, che ho amato, che fanno parte della mia famiglia e della mia vita.
Per questo faccio fatica a comprendere certe battaglie combattute per stabilire continuamente chi appartiene a cosa, chi può essere cosa, dove debba finire un'identità e cominciarne un'altra.
Poi torno al respiro.
Perché quello è il territorio che conosco. Siamo usciti dall'oceano e abbiamo imparato a respirare aria. Abbiamo costruito case, muri, confini, nazioni, categorie. Abbiamo dato nomi alle differenze, a volte per comprenderle, altre volte per separarle.
Intanto continuiamo a fare una cosa estremamente semplice.
--> Respiriamo.
L'aria che entra nei miei polmoni non è mia. Non appartiene al mio genere, alla mia nazionalità, alla mia cultura, al mio orientamento sessuale, al colore della mia pelle. La inspiro, diventa parte di me per qualche istante, poi la restituisco. Quello che era fuori diventa dentro. Quello che era dentro ritorna fuori.
Il confine esiste, perché il mio corpo finisce da qualche parte e il tuo comincia da qualche altra parte. Però non è un confine chiuso.
Siamo continuamente attraversati da qualcosa che condividiamo.
Forse è questo che ho sentito leggendo quelle pagine. Non il desiderio di cancellare le differenze e nemmeno quello di tornare davvero nell'oceano. Piuttosto il ricordo di una fluidità che forse non abbiamo mai completamente perduto. Siamo individui, certamente. Siamo differenti. Abbiamo corpi differenti, storie differenti, identità differenti, desideri differenti. Tuttavia viviamo immersi nello stesso elemento, anche se adesso quell'elemento non è più l'acqua, è l'aria.
Forse per questo mi interessa così tanto il respiro. Perché ogni volta che inspiro il mio corpo mi ricorda che posso avere un confine senza dover costruire un muro. Ogni volta che espiro restituisco qualcosa di me allo spazio che condivido con gli altri.
Forse non dobbiamo tornare nell'oceano. Forse, in qualche modo, non ne siamo mai usciti del tutto. Abbiamo soltanto cambiato l'elemento nel quale siamo immersi.



