Respirazione

One More Life

Pubblicato il
24 agosto 2026
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Ho tantissimi vestiti. Alcuni li ho comprati, altri li ho indossati molto, altri pochissimo. Poi ci sono quelli che hanno una storia ancora diversa: vengono da una parte della mia vita in cui lavoravo nella moda, disegnavo collezioni, sceglievo tessuti, costruivo abiti.

Sono rimasti con me per anni.

Ogni tanto apro l’armadio, li guardo e penso che dovrei fare spazio. Poi richiudo tutto.

Forse perché un vestito non è sempre soltanto un vestito.

Ci sono oggetti che finiscono per contenere un tempo. Una versione di noi. Il lavoro che facevamo, le persone che frequentavamo, il corpo che avevamo, quello che desideravamo, il modo in cui ci vedevamo.

Così continuiamo a conservarli anche quando non li usiamo più.

Ultimamente penso molto al lasciare andare.

Non soltanto le cose. Le situazioni, le abitudini, certe immagini di noi stessi alle quali continuiamo a rimanere attaccati anche quando qualcosa è già cambiato.

Lasciare andare, però, è un’espressione che non mi è mai piaciuta quando viene usata con troppa facilità.

Come se bastasse decidere.

Come se lasciare andare significasse cancellare, dimenticare o stabilire che qualcosa non ha più valore.

Io non credo funzioni così.

Guardando questi vestiti mi sono accorta che forse posso separarmi da qualcosa senza separarmi da ciò che ha rappresentato.

Io non faccio più la stilista.

La mia vita professionale oggi è completamente diversa. Lavoro con il corpo, il movimento, il respiro. Creo pratiche, esperienze, eventi.

Eppure quella parte creativa non è scomparsa.

Ha semplicemente cambiato forma.

Probabilmente è ancora presente nel modo in cui immagino un’esperienza, scelgo una musica, costruisco un ambiente, penso a un’immagine, metto insieme cose apparentemente lontane.

Per molto tempo, forse, ho confuso il conservare gli oggetti con il conservare quella parte di me.

Ma io non sono dentro quei vestiti.

Quello che sono stata è già dentro quello che sono oggi.

Allora mi è venuta voglia di fare una cosa diversa dal semplice svuotare un armadio.

Vorrei aprire per un giorno questo piccolo archivio della mia vita e permettere a quelle cose di continuare altrove.

Un vestito che per anni è rimasto fermo su una gruccia può incontrare un altro corpo.

Può essere indossato in un altro modo.

Può entrare in una storia che io non conosco.

Mi piace pensare che non sia necessariamente una seconda vita.

Potrebbe essere semplicemente one more life.

Un’altra vita.

Poi magari un’altra ancora.

Anche perché noi facciamo continuamente la stessa cosa.

Cambiamo.

Il nostro corpo cambia. Il nostro lavoro cambia. Cambiano le persone che abbiamo accanto, i luoghi che abitiamo, quello che desideriamo e quello che siamo capaci di lasciare.

Non diventiamo necessariamente qualcun altro.

Portiamo con noi quello che siamo stati, ma gli permettiamo di assumere una forma diversa.

Forse fare spazio significa anche questo.

Non svuotare.

Non cancellare.

Riconoscere che qualcosa ha avuto il suo tempo con noi e che proprio per questo possiamo permettergli di andare altrove.

Sto ancora imparando a farlo.

Con i vestiti è sicuramente più facile che con molte altre cose.

Ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

One more life.

Per le cose che lasciamo andare, e per le nuove parti di noi a cui, così, facciamo spazio.

Donna bionda con cappotto nero a maniche larghe e leggings neri con piccoli brillantini, posa appoggiata a una parete di cemento chiara con mattoni sul bordo superiore, su pavimento in mattoni rossi.