
Trapeze: perché l’ho scelto e perché è diverso da qualsiasi altro allenamento
“Io questa cosa non la posso fare”: Trapeze, fiducia e autostima
Ho scoperto il Trapeze, conosciuto anche come Yoga Trapeze, quasi per caso,durante un Summer Gathering in Spagna con Lucas Rockwood, un insegnanteamericano con cui avevo già seguito altri percorsi. Mi aveva incuriosita subitoperché, pur partendo da elementi che in qualche modo conoscevo già, introducevauna variabile completamente diversa: la sospensione. Il corpo si muoveva nellospazio in un modo a cui non ero abituata, la gravità non era più soltantoqualcosa contro cui lavorare ma diventava parte della pratica, uno strumento dautilizzare.
Da lì è nata la curiosità di approfondire e successivamente ho preso lacertificazione per poterlo insegnare. La cosa divertente è che, subito dopo,per un momento ho quasi pensato di aver sbagliato tutto, perché le prime voltesoffrivo di nausea. È una cosa che oggi dico sempre anche alle persone cheiniziano con me, perché può succedere quando non siamo abituati alla sospensione,alle oscillazioni e soprattutto ai cambiamenti continui di orientamento.
Nel mio caso sentivo anche il diaframma molto rigido e avevo probabilmenteancora parecchie cose da lasciare andare, anche fisicamente. Non posso dire chefosse quella la causa della nausea, sarebbe una conclusione che oggi non potreisostenere scientificamente, ma la sensazione che avevo era molto chiara: il miocorpo non conosceva ancora quel linguaggio e io cercavo continuamente dicontrollare qualcosa che, invece, dovevo progressivamente imparare a sentire.
Dopo poco tempo la nausea è scomparsa e lì è iniziata un'altra storia,perché ho cominciato a rendermi conto di quanto questa pratica contenesse moltedelle cose che già mi interessavano e che negli anni sarebbero diventate semprepiù centrali nel mio lavoro.
Trapeze Fit&Fly e sistema vestibolare: cambiare il rapporto con lagravità
Una delle cose che trovo più interessanti del Trapeze è che sovverte alcunidegli schemi attraverso i quali normalmente ci muoviamo. Passiamo gran partedella giornata seduti, in piedi o camminando, quasi sempre con la testa soprail cuore e con il pavimento come riferimento. Nel Trapeze questo riferimentocambia continuamente: ci si appende, si oscilla, si ruota, si cambia asse e cisi inverte.
Questo significa sollecitare molto il sistema vestibolare, che insieme allavista e alle informazioni propriocettive ci permette di capire dove siamo nellospazio e di organizzare equilibrio e movimento. È anche uno dei motivi per cuiall'inizio ci si può sentire disorientati: stiamo chiedendo al sistema dielaborare informazioni che nella nostra vita quotidiana, soprattutto se moltosedentaria, incontriamo molto meno frequentemente.
Quando avevo iniziato a ragionare su questo avevo utilizzato l'espressione“creare nuove sinapsi”, ma preferisco essere più precisa. Non abbiamo bisognodi fare un'affermazione così specifica per spiegare qualcosa che è già moltointeressante: imparare movimenti nuovi, modificare continuamente l'orientamentodel corpo, lavorare sull'equilibrio e confrontarsi con informazioni sensorialidiverse richiede adattamento e apprendimento sensorimotorio. Il nostro sistemanervoso deve trovare nuove strategie e, con la pratica, quello che inizialmentesembrava incomprensibile comincia a diventare familiare.
È proprio questa progressione che mi interessa, perché non riguarda soltantoil fatto di riuscire a fare una determinata posizione, ma la capacità del corpodi adattarsi a qualcosa che prima non conosceva.
Forza, mobilità ed equilibrio: allenare un corpo funzionale
Naturalmente il Trapeze è anche un allenamento fisico e può essere moltointenso, dipende dalla sequenza che propongo e soprattutto dalle persone che hodavanti. Si lavora sulla forza, sulla mobilità, sulla flessibilità, sull'equilibrioe sulla coordinazione, coinvolgendo il corpo nella sua totalità. Lavorano legambe, le braccia, il tronco, le spalle, la muscolatura profonda, ma anche learticolazioni delle mani e dei piedi, che spesso tendiamo a considerare moltomeno.
Una delle cose che inserisco praticamente dall'inizio è il semplice fatto diappendersi. Sembra quasi banale, invece sostenere il proprio peso attraverso lapresa è già un lavoro importante. La forza di presa viene utilizzata anchenella ricerca come uno degli indicatori della capacità funzionale edell'invecchiamento, ma questo va detto bene: non significa che appendersiaumenti automaticamente la longevità. Significa piuttosto che conservare lacapacità di afferrare, tirare, sostenersi e gestire il proprio peso fa parte diquelle competenze fisiche che contribuiscono alla nostra autonomia.
È anche qui che il Trapeze incontra molto il mio modo di pensare al corpo.Non mi interessa isolare un muscolo per ottenere un determinato risultatoestetico, anche se naturalmente allenandosi il corpo cambia. Mi interessa chequel muscolo serva a qualcosa, che il corpo diventi più forte perché sasostenersi, più mobile perché possiede più possibilità di movimento, più agileperché riesce ad adattarsi.
Alla fine spesso diventa anche più bello, o sicuramente è quello chepercepiamo, ma per me quello è quasi un effetto collaterale della funzionalità.Più il corpo funziona bene e più, molto spesso, diventa anche un corpo nelquale ci piacciamo e soprattutto nel quale ci sentiamo bene.
Trapeze Fit&Fly, colonna e schiena: lavorare con la gravità
Il lavoro sulla colonna è sicuramente un altro degli aspetti che mi hannofatto innamorare di questa disciplina. Attraverso la sospensione e alcuneinversioni possiamo utilizzare la gravità in una maniera completamente diversae sperimentare una sensazione di allungamento e di decompressione dellacolonna, ma per me il punto non è semplicemente “allungare la schiena”.
Quello che trovo molto più interessante è il lavoro complessivo che sicostruisce intorno alla colonna: mobilità, forza, controllo del tronco,muscolatura profonda, bacino, anche e capacità di distribuire il carico.
È qualcosa che mi riguarda anche personalmente. Ho delle protrusioni sututta la colonna e proprio la mia esperienza mi ha portata negli anni a esseresempre più prudente davanti all'idea che un referto possa raccontare da soloche cosa un corpo sia o non sia in grado di fare. La struttura naturalmenteconta e ci sono condizioni che richiedono attenzione, ma il corpo non coincidecon la sua immagine radiologica. Conta anche come si muove, quanto è forte,quali strategie possiede e soprattutto quanto continuiamo a permettergli dimuoversi.
Per questo non presenterei mai il Trapeze come una terapia per il mal dischiena né direi che l'inversione “sistema” la colonna. Mi interessa molto dipiù il fatto che permetta, quando è appropriato per quella persona, disperimentare la colonna in condizioni differenti e contemporaneamente costruireintorno a essa forza, mobilità e fiducia.
Trapeze Fit&Fly e respirazione: il ruolo del diaframma
Poi c'è il respiro, che per me è inevitabilmente il filo conduttore diqualsiasi disciplina insegni.
Quando cambiamo completamente orientamento rispetto alla gravità cambiaanche il modo in cui percepiamo la respirazione. In inversione il rapporto tradiaframma, contenuto addominale e gabbia toracica è differente e questo rendeil respiro particolarmente evidente. Anche qui preferisco non utilizzareespressioni come “sbloccare il diaframma”, perché sarebbe troppo semplicerispetto alla complessità della fisiologia respiratoria, ma sicuramentepossiamo offrire al diaframma e a tutto il sistema respiratorio condizionimeccaniche diverse da quelle abituali.
Per me questa è soprattutto un'occasione di percezione. Quando il corpo sitrova in una posizione che non conosce bene, il respiro diventa qualcosa che sisente molto di più: percepisco dove trattengo, quanto sto cercando dicontrollare, se riesco a lasciare spazio all'espirazione, se sto opponendo resistenzaalla posizione.
Probabilmente anche per questo la mia esperienza iniziale con la nausea mi èrimasta così impressa. Non so quanto dipendesse dal diaframma, quanto dalsistema vestibolare o semplicemente dal fatto che il mio organismo dovesseadattarsi a un'esperienza nuova, ma so che progressivamente ho imparato arespirare dentro quelle posizioni invece di cercare continuamente dicontrollarle.
“Io questa cosa non la posso fare”: Trapeze, fiducia e autostima
Questa è probabilmente la parte che mi piace di più.
Molte persone arrivano dicendomi subito che non sono elastiche, che nonhanno forza, che non potrebbero mai stare a testa in giù o che una determinatacosa non la faranno mai.
Quello che vedo molto spesso, però, è che quando si procede gradualmente eil corpo comincia a capire il movimento, persone che erano assolutamenteconvinte di non poter fare qualcosa improvvisamente si ritrovano a farla.
La cosa che mi interessa non è tanto la posizione in sé. Non stiamo facendoginnastica artistica e non mi interessa collezionare figure. Mi interessaquello che succede alla persona quando scopre che il limite che avevaimmaginato non corrispondeva necessariamente al limite del suo corpo.
È un'esperienza che ha molto a che fare con la fiducia e anche conl'autostima, perché il messaggio che rimane non è semplicemente “sono riuscitaa mettermi a testa in giù”, ma “ho fatto qualcosa che ero convinta di non poterfare”.
Oltre la zona di comfort, senza forzare il corpo
Per questo utilizzo spesso il concetto di uscire dalla zona di comfort,anche se per me non significa assolutamente spingere una persona oltre ilproprio limite.
È quasi il contrario. Significa avvicinarsi a un confine con curiosità,capire cosa succede e magari scoprire che possiamo fare un piccolo passo oltreciò che conoscevamo, mantenendo però sempre la possibilità di tornare indietro.
Il tessuto in questo aiuta moltissimo perché sostiene il corpo. Si puòprovare, fermarsi, riprovare oppure decidere di non andare oltre. Ed è proprioquesta possibilità di scelta che rende l'esperienza interessante anche dalpunto di vista della resilienza.
La resilienza che mi interessa non è sopportare qualcosa a tutti i costi. Èla capacità di incontrare una difficoltà, percepire l'attivazione che produce,rimanere abbastanza presenti da capire cosa ci serve e trovare una strategiaper attraversarla.
Questa è una delle ragioni per cui considero il Trapeze molto più di unallenamento fisico.
Propriocezione, interocezione e presenza nel Trapeze
C'è poi un aspetto molto semplice: quando sei sospeso non puoi distrartitroppo.
Devi sapere dove sono le mani, dove sono i piedi, come passa il tessuto,quanto peso gli stai affidando e dove si trova il tuo corpo nello spazio.Questo richiede attenzione e aumenta enormemente la quantità di informazioniche riceviamo dal corpo.
È un lavoro molto forte sulla propriocezione, quindi sulla capacità dipercepire posizione e movimento del corpo, e contemporaneamente portal'attenzione anche alle sensazioni interne: il respiro, la tensione, ilbattito, la fatica, la paura, il momento in cui possiamo lasciare un po' dicontrollo.
Ed è curioso perché, pur essendo una disciplina praticata in sospensione,per me è una delle esperienze più concrete di grounding.
Non devo necessariamente chiederti di essere presente. La situazione stessati richiede presenza, perché mentre il corpo cerca di orientarsi nello spaziodiventa molto più difficile continuare a stare completamente altrove con latesta.
Come ho sviluppato il mio protocollo Trapeze Fit&Fly
Quando ho preso la certificazione avrei potuto semplicemente continuare ainsegnare le sequenze che avevo imparato, ma con il tempo il Trapeze èinevitabilmente entrato in relazione con tutto quello che studiavo e praticavogià.
Ho cominciato a inserire sempre di più il lavoro sulla mobilità, sulla forzafunzionale, sulla propriocezione e sul sistema vestibolare, insieme al respiro,che rimane il filo conduttore di tutto il mio lavoro. Nel frattempo il miostudio del breathwork, della regolazione del sistema nervoso e dellaconsapevolezza corporea ha continuato a evolversi e inevitabilmente anche ilmio modo di insegnare Trapeze è cambiato.
È così che si è costruito gradualmente il mio protocollo Fit&Fly.
Una lezione può essere fisicamente impegnativa, si lavora sulla forza esulla mobilità, si suda e si può arrivare anche a una certa fatica, ma nonvoglio che finisca lì. Per questo concludo sempre con una breve praticarespiratoria, perché dopo avere portato il sistema verso l'attivazione mi interessaaccompagnarlo anche nella direzione opposta.
È una differenza che per me conta molto. Un allenamento intenso puòlasciarci semplicemente stanchi perché abbiamo utilizzato molta energia. Iocerco invece di far sperimentare entrambe le direzioni: la capacità diattivarsi, sostenere uno sforzo e affrontare qualcosa di nuovo, ma anche quelladi ridurre successivamente l'attivazione, recuperare il respiro e ritrovare unostato di maggiore regolazione.
In fondo anche questa è resilienza: non essere sempre calmi, ma riuscire amuoversi tra stati diversi senza rimanere bloccati in uno solo.
Perché continuo a scegliere il Trapeze Fit&Fly
Quando ho iniziato pensavo soprattutto a una pratica fisica molto completa.Oggi mi rendo conto che non è questo il motivo principale per cui continuo ainsegnarla.
Naturalmente mi interessa il lavoro sulla forza, sulla mobilità,sull'equilibrio, sulla colonna e sulle articolazioni, ma dentro il Trapezeritrovo anche tutto quello che negli anni è diventato centrale nel mio modo dilavorare: il respiro, il sistema vestibolare, la propriocezione,l'interocezione, la capacità di adattamento, la regolazione, la fiducia, laresilienza e soprattutto la possibilità di esplorare.
C'è anche un'altra cosa che non considero affatto secondaria: ci sidiverte. Si può lavorare intensamente senza che tutto debba esserenecessariamente serio o performativo, si possono incontrare i propri limiti concuriosità e qualche volta anche ridendoci sopra.
Alla fine il corpo diventa più forte, più mobile e più agile e probabilmentecambia anche esteticamente. Ma non parto mai da lì. Non faccio un esercizioperché voglio modificare un gluteo o ottenere una determinata forma; preferiscolavorare perché quel corpo funzioni meglio, abbia più possibilità, sia capacedi sostenersi e di adattarsi. Se poi, diventando più funzionale, diventa ancheun corpo nel quale ci piacciamo di più, tanto meglio.
È questo, alla fine, il motivo per cui il Trapeze è rimasto nel mio lavoro:non perché mi interessi insegnare alle persone a stare a testa in giù, maperché è uno dei tanti modi attraverso cui possiamo conoscere meglio il corpo,scoprire possibilità che non pensavamo di avere e, soprattutto, imparare afidarci un po' di più di quello che il corpo sa fare.


