Riflessioni

Il corpo non è il referto

Pubblicato il
15 agosto 2026
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Avevo 19 anni, mi allenavo tutti i giorni, facevo danza da quando ero bambina e la mia colonna, dal punto di vista strutturale, era giovane e in salute.

Avevo però sviluppato una forte verticalizzazione della colonna, probabilmente anche in relazione agli anni di danza e di allenamento, e quella condizione mi creava problemi, fino a coinvolgere il nervo e a limitarmi nei movimenti.

Molti anni dopo, intorno ai trent’anni e dopo la nascita di mia figlia, il mio rapporto con il movimento era cambiato. Mi allenavo meno, per un periodo avevo anche smesso di praticare yoga e avevo cominciato a bloccarmi frequentemente con la schiena.

Fu allora che scoprii di avere tre protrusioni lombari.

Insieme alla diagnosi arrivarono le paure.

Stai attenta. Non prendere il motorino. Non fare torsioni. Non fare questo, non fare quello.

Piano piano avevo iniziato a definire lo stato della mia schiena attraverso quello che avevo letto in un referto. Inevitabilmente, avevo cominciato anche a muovermi come una persona che aveva paura della propria schiena.

Mi mandarono a nuotare. Il nuoto sicuramente poteva essere utile, ma con il tempo ho capito che il mio corpo aveva bisogno anche di altro. Aveva bisogno di forza, di muscoli capaci di sostenere la struttura, di movimento e soprattutto di imparare nuovamente a fidarsi del movimento.

Ho iniziato ad allenarmi con i pesi per rinforzare la muscolatura che sostiene la colonna. Ho lavorato sulla mobilità e sulla possibilità di recuperare, per quanto possibile nel mio caso, una maggiore fisiologicità delle curve della colonna.

Ma il cambiamento più importante è arrivato soprattutto negli ultimi sei anni.

Non riguarda soltanto il modo in cui mi alleno.

Riguarda il modo in cui vivo.

Per gran parte della mia vita sono stata quella che reggeva

Sono sempre stata vista come una donna forte, stabile, ben strutturata, coraggiosa, forse anche un po’ squilibrata nel senso buono del termine, perché ho sempre avuto una certa capacità di rischiare e di buttarmi nell’ignoto.

In parte mi ci riconosco.

Non ho mai avuto paura di partire da sola, andare in un altro Paese e rifarmi una vita. Quando vivevo in Inghilterra facevo colloqui per posizioni che richiedevano esperienze superiori alle mie anche soltanto per capire cosa succedeva durante quei colloqui e diventare più brava ad affrontarli. Andavo a feste o cene dove conoscevo soltanto chi le organizzava. Potevo sentirmi in imbarazzo, certo, ma in qualche modo mi piaceva anche quella sensazione.

Guardando indietro, però, vedo anche un altro filo che attraversa la mia vita.

Quasi ovunque andassi, finivo per avere qualcuno di cui occuparmi.

Era cominciato molto prima. Quando vivevo con mio padre e i miei fratelli, io e le mie sorelle avevamo responsabilità nella cura dei fratellini più piccoli e della casa.

Poi questa modalità mi ha accompagnata per molti anni.

Mi sono presa cura delle persone. Mi sono preoccupata per loro. Ho cercato di aiutarle, a volte probabilmente anche quando non ce n’era davvero bisogno.

Dentro di me era molto forte qualcosa che assomigliava a: io ti posso aiutare, io ti devo aiutare.

Quando non riuscivo a farlo potevo persino sentirmi in colpa.

Oggi non sento più quella necessità.

Continuo ad avere una persona di cui devo realmente prendermi cura. Mio marito sta molto male e, per la malattia e per la lingua, in questo momento non è completamente autonomo nel Paese in cui viviamo. A questo si aggiungono grandi incertezze economiche e una vita che, inevitabilmente, ha perso parte della libertà che avevo riconquistato negli anni precedenti.

La mia vita oggi non è più facile.

Ma io sono diversa.

Da almeno sei anni qualcosa è profondamente cambiato nel modo in cui mi rapporto alla cura.

Non sento più di dovermi occupare continuamente degli altri per rendermi utile. Questo non significa affatto che non mi piaccia prendermi cura delle persone. Al contrario, continua a essere una parte importante di me e probabilmente si vede anche nel lavoro che ho scelto: insegno yoga, respiro, movimento e consapevolezza corporea. Cerco di trasmettere strumenti che possano aiutare le persone a stare meglio.

Quello che è cambiato è il punto da cui parto.

Oggi so che prima devo stare bene io.

Penso molto di più a me, a curarmi, a rispettare i miei tempi e a prendermi i miei spazi. Non perché voglia essere meno disponibile per gli altri, ma perché ho capito che questo è l’unico modo che mi permette di esserci davvero senza consumarmi.

Continuo a prendermi cura.

Ma adesso lo scelgo.

Prendermi cura di me non mi ha resa meno capace di prendermi cura degli altri. Mi ha resa più capace di farlo senza perdermi.

Poi ho guardato la mia colonna

Proprio in questo momento della mia vita ho scoperto di avere un’osteoporosi importante.

Da qualche mese sentivo anche un leggero indolenzimento sul lato sinistro della schiena. Niente che definirei vero dolore. Pensavo fosse una contrattura muscolare.

Durante una visita di controllo, proprio perché dopo la diagnosi di osteoporosi volevo capire meglio anche lo stato della mia colonna, l’ortopedico mi ha prescritto una risonanza magnetica.

Il referto è stato molto più ricco di quanto mi aspettassi.

Protrusioni in diversi tratti della colonna. Alterazioni anche a livello dorsale, che non avrei mai immaginato di avere. Un’ernia discale. Dischi intervertebrali disidratati e altri segni degenerativi.

Letto così, sembra il racconto di una schiena messa molto male.

La prima associazione che ho fatto è stata inevitabilmente con la mia vita.

Per tanti anni sono stata quella che sosteneva, quella che reggeva, quella che si prendeva cura, quella che portava il peso. Adesso scopro che proprio la struttura che letteralmente mi sostiene porta i segni del tempo.

Non posso sapere quanto la mia storia abbia inciso realmente sulla mia colonna e non voglio trasformare questa riflessione in una spiegazione medica.

Come metafora della mia vita, però, mi colpisce profondamente.

Se provo a guardarmi da lontano, quasi come se quella donna non fossi io, vedo una donna che continua a reggere tantissime cose. Contemporaneamente scopro che, sulla carta, la sua struttura portante appare fragile.

Qui però accade qualcosa che rende questa storia molto più interessante.

Perché quella schiena è la mia.

Ed è la stessa schiena con cui oggi faccio cose che a trent’anni non riuscivo a fare.

Quando la mia schiena sembrava stare meglio, io stavo peggio

Questo è forse il paradosso che mi interessa di più.

A trent’anni avevo tre protrusioni e mi bloccavo continuamente. Avevo dolore, avevo sintomi e proprio per questo mi sottoposi agli esami.

Oggi la situazione descritta dagli esami appare molto più complessa.

Eppure io sto molto meglio.

Non dico di essere completamente asintomatica. Ogni tanto sento degli indolenzimenti, delle sensazioni. Posso avere qualche contrattura muscolare. Insegno molto e può capitare anche a me di fare qualcosa a freddo o in maniera meno attenta.

Ma fondamentalmente sto bene.

Mi muovo bene. Sono forte. Sono mobile. Pratico yoga, faccio il ponte, lavoro sulla mobilità delle anche, mi appendo, faccio trazioni, sospensioni e inversioni. Lavoro quotidianamente con il mio corpo.

Soprattutto, non vivo nel dolore.

Sto molto meglio di quando avevo trent’anni e credo di stare meglio anche rispetto a dieci anni fa.

Allora che cosa racconta veramente il dolore?

La mia esperienza mi ha costretta a farmi questa domanda.

Mi bloccavo con la schiena già a diciannove anni, quando non avevo le protrusioni che sarebbero state diagnosticate anni dopo. A trent’anni avevo tre protrusioni e stavo male. Oggi il mio referto racconta una colonna apparentemente più compromessa, ma io sono molto più funzionale e non ho quel dolore.

Questo, per me, significa almeno una cosa: il dolore che sperimentiamo non può essere raccontato semplicemente leggendo un referto.

Un’immagine radiologica descrive delle strutture.

Non racconta da sola quanto dolore proviamo, quanto siamo forti, quanto siamo mobili, quanto siamo capaci di muoverci o quale sia la nostra esperienza quotidiana dentro quel corpo.

Se non avessi fatto quella risonanza


C’è un pensiero che continua a tornarmi in mente.

Se non avessi fatto quella risonanza, il giorno dopo probabilmente avrei continuato a muovermi esattamente come il giorno prima.

Il mio corpo non sarebbe cambiato.

Sarebbe cambiato soltanto quello che io sapevo del mio corpo.

Non posso sapere con certezza da quanto tempo alcune delle alterazioni che oggi vedo siano presenti, né come siano cambiate nel corso degli anni. Alcuni tratti della mia colonna, inoltre, non erano mai stati studiati specificamente con una risonanza.

Posso però osservare qualcosa di molto concreto: come funziona il mio corpo oggi.

Da qui nasce una domanda che credo vada molto oltre la mia storia personale.

Quanto permettiamo a ciò che leggiamo in un referto di modificare la percezione che abbiamo di noi stessi?

Perché conoscere è fondamentale.

Sapere che ho un’osteoporosi importante cambia alcune delle mie scelte. Sapere che esistono protrusioni, un’ernia e alterazioni discali è un’informazione che devo conoscere e che voglio approfondire con medici e fisioterapisti.

Proprio perché insegno movimento, voglio comprendere ancora meglio la mia colonna. Voglio capire come darle supporto, quali movimenti siano più adatti a me, se qualcosa debba essere modificato e dove sia necessaria maggiore attenzione.

Consapevolezza non significa ignorare una diagnosi.

C’è però una differenza enorme tra conoscere una condizione e identificarsi con quella condizione.

Quando il referto diventa paura

Conosco bene anche l’altra possibilità perché l’ho vissuta.

Stai attenta.

Non fare torsioni.

Non prendere il motorino.

Non fare questo.

Non fare quello.

A trent’anni quelle parole avevano cominciato a cambiare il modo in cui percepivo la mia schiena.

A volte basta leggere parole come “protrusione”, “ernia”, “degenerazione”, “disidratazione” per iniziare improvvisamente a percepire il proprio corpo come fragile.

Cominciamo a evitare.

Non mi piego. Non ruoto. Non sollevo. Non provo.

Poco alla volta il nostro mondo motorio può diventare sempre più piccolo.

Questo non significa che dobbiamo fare il contrario.

Il punto non è: “Ho delle protrusioni, quindi posso fare tutto”.

Non è neanche: “Ho delle protrusioni, quindi non posso più fare niente”.

Il punto, almeno per me, è: “Ho delle protrusioni. Adesso so che ci sono. Le valuto con chi ha le competenze per farlo, ascolto i segnali del mio corpo e cerco di capire come continuare a muovermi nel modo migliore e più sicuro possibile”.

Non dobbiamo ignorare il dolore. Non dobbiamo continuare a fare qualcosa che provoca sintomi pensando che basti essere forti o avere fiducia nel proprio corpo. Non dobbiamo sostituire il nostro giudizio a quello di un medico.

Ma alle informazioni contenute negli esami dobbiamo aggiungere un’altra informazione fondamentale.

L’esperienza del corpo.

Come mi muovo?

Come reagisco a un determinato movimento?

Ho dolore?

Ho perso forza?

Ho sintomi neurologici?

Quali movimenti mi fanno stare meglio?

Quali mi chiedono maggiore attenzione?

Che cosa riesco a fare oggi?

Negli ultimi sei anni ho imparato soprattutto questo

Il mio modo di allenarmi è diventato completamente diverso.

Oggi, quando faccio un esercizio, la prima cosa a cui penso non è l’esercizio.

Penso a come sta il mio corpo.

Come mi sento oggi? Dove sento libertà? Dove sento resistenza? C’è qualcosa che mi sta chiedendo attenzione? Posso procedere? Devo modificare qualcosa?

Parto da lì.

Yoga, lavoro di forza, mobilità, trazioni, sospensioni, inversioni: il movimento è diventato prima di tutto uno strumento di consapevolezza corporea.

Nel frattempo sono cambiate anche altre cose. È cambiata la mia alimentazione, inizialmente anche per accompagnare mio marito e sostenerlo durante la sua malattia. È cambiato il modo in cui mi prendo cura dell’idratazione e, più in generale, del mio corpo.

Forse è proprio questo il collegamento più profondo che vedo tra la mia vita e la mia schiena.

Per tanti anni non sapevo davvero come prendermi cura di me.

Sapevo prendermi cura degli altri.

Forse, in alcuni momenti della mia vita, prendermi cura degli altri era persino un modo per sperare che qualcuno facesse lo stesso con me. Non posso sapere se fosse davvero così, ma oggi riesco almeno a farmi questa domanda.

Adesso non ne sento più la necessità.

Mi prendo cura di me perché ho capito che questo corpo non è qualcosa che deve semplicemente continuare a reggere tutto quello che gli chiedo.

È il corpo con cui devo vivere.

Alla fine, che cosa significa stare bene?

Credo che questa sia diventata la domanda più importante.

Perché ci prendiamo cura del nostro corpo?

Per continuare a vivere.

Per mantenere il più a lungo possibile la nostra funzionalità, la nostra autonomia, la possibilità di muoverci, fare ciò che amiamo e vivere serenamente.

Per questo oggi guardo il mio referto e, paradossalmente, non lo vivo soltanto come una cattiva notizia.

Ho un’informazione in più.

Posso approfondirla. Posso farmi seguire. Posso capire come sostenere ancora meglio la mia colonna e come evitare o rallentare eventuali peggioramenti.

In qualche modo posso diventare il mio caso studio.

Non per dimostrare che con una determinata diagnosi si possa fare qualsiasi cosa. Sarebbe esattamente l’errore opposto.

Mi interessa osservare un’altra cosa.

Come posso preservare la mia funzionalità?

Come posso aumentarla dove è possibile?

Come posso continuare a muovermi rispettando quello che il mio corpo mi comunica e quello che conosco della sua struttura?

Come posso arrivare avanti negli anni mantenendo una buona qualità della vita?

Per me è questo il punto.

Il nostro obiettivo non può essere avere a sessant’anni la risonanza magnetica di quando ne avevamo venti.

Il nostro obiettivo dovrebbe essere arrivare a sessanta, settanta, ottant’anni e oltre conservando, per quanto possibile, la capacità di vivere il nostro corpo.

Conoscerne i cambiamenti. Rispettarne i limiti quando esistono. Adattarsi quando è necessario. Chiedere il supporto di un professionista quando serve.

Ma continuare a usarlo.

La cosa che forse mi colpisce di più, guardando la mia storia, è che proprio adesso che la mia struttura, sulla carta, sembra più fragile, io mi sento molto più forte nel modo in cui vivo.

Non perché riesca a reggere più cose.

Forse proprio perché ho smesso di pensare che essere forte significhi reggere tutto.

Ho imparato a prendermi cura di me.

Ho imparato ad ascoltare il mio corpo prima di chiedergli qualcosa.

Ho imparato che conoscere un limite non significa necessariamente averne paura.

Un’immagine racconta la struttura.

Ma non racconta, da sola, come stiamo.

Un referto è una parte della storia.

Il dolore è un’altra parte.

La forza, la mobilità, la funzionalità, la nostra esperienza quotidiana e la qualità della nostra vita fanno parte della stessa storia.

Forse dovremmo imparare ad ascoltarla tutta.

Perché alla fine la domanda più importante non è soltanto:

“Che cosa mostra il mio esame?”

Ma anche:

“Come sto vivendo dentro questo corpo?”

E soprattutto:

“Che cosa posso fare oggi per continuare a viverlo il più pienamente possibile, anche domani?”

Donna bionda con cappotto nero a maniche larghe e leggings neri con piccoli brillantini, posa appoggiata a una parete di cemento chiara con mattoni sul bordo superiore, su pavimento in mattoni rossi.